Georg Friedrich Händel aveva ventidue anni quando, nella Roma del 1707, compose Il trionfo del Tempo e del Disinganno su testo del cardinale Benedetto Pamphilj. Era il suo primo oratorio, e già vi si legge un teatro senza scene: quattro figure allegoriche — Bellezza, Piacere, Tempo e Disinganno — si fronteggiano in un conflitto morale senza mediazioni, la seduzione dell'effimero contro la permanenza della virtù. Un soggetto che sembra lontano, e che Robert Carsen porta invece al centro del presente.

Il compositore non lo considerò mai un lavoro chiuso. Lo riprese e lo ampliò a Londra nel 1737 come Il trionfo del Tempo e della Verità, e una nuova versione in inglese, The Triumph of Time and Truth, fu eseguita nel marzo 1757, due anni prima della sua morte. La melodia di «Lascia la spina», aria di Piacere, già abbozzata in Almira, tornerà nel 1711 come «Lascia ch'io pianga» del Rinaldo: segno che l'oratorio romano fu per Händel un serbatoio di idee, più che un esercizio di apprendistato.

La cornice scelta da Carsen è un concorso televisivo, che Avvenire descrive come un talent show e Il Foglio come un concorso di bellezza in studio. Bellezza partecipa, vince e firma un contratto con Piacere; Tempo si presenta come una severa figura clericale, Disinganno come un giudice dello show che si trasforma a poco a poco in psicoterapeuta. A Salisburgo la rivelazione finale era affidata a uno specchio che rifletteva la sala, e la critica lo indicò tra i momenti più forti dello spettacolo: lo sguardo morale dell'allegoria si rovesciava sul pubblico, che da giudice diventava imputato.

A Salisburgo lo specchio finale rovesciava l'allegoria sul pubblico: chi guarda lo show scopre di farne parte.

Non è la prima volta che Carsen ricorre a questa grammatica. Il suo Così fan tutte, che ha chiuso alla Scala la stagione 2024-2025, trasferiva la vicenda in un reality sentimentale. Il rischio, in entrambi i casi, è lo stesso: che la cornice mediatica diventi una chiave universale e smetta di interrogare il testo.

Lo spettacolo è nato al Festival di Pentecoste di Salisburgo, nella Haus für Mozart, nel 2021, con Cecilia Bartoli nel ruolo di Piacere; arriva ora al Teatro Costanzi in collaborazione con i Salzburger Festspiele. Le scene e i costumi sono di Gideon Davey. L'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma è diretta da Gianluca Capuano, che aveva guidato la produzione già a Salisburgo. La compagnia allinea Johanna Wallroth (Bellezza), Anna Bonitatibus (Piacere), Raffaele Pe (Disinganno) ed Ed Lyon (Tempo). Le recite sono cinque, dal 7 al 14 aprile 2026.

Resta da capire se l'allegoria morale di Pamphilj regga l'attrito con la velocità del racconto contemporaneo, e se Carsen riesca, ancora una volta, a fare del gesto teatrale uno strumento di pensiero anziché un'abile parafrasi.

Fonte: Teatro dell’Opera di Roma; Salzburger Festspiele; Teatro alla Scala; Bachtrack; Avvenire; Il Foglio

Redazione Pineale Classic